Ieri sera, mi trovavo nel salone della canonica, con un gruppo di parrocchiani alla lettura condivisa del vangelo della domenica. Una decina di persone, di varia età e professione.
Solitamente io non amo parlare in pubblico, per la scarsa memoria, ho difficoltà nel elaborare un discorso, preferisco scrivere o leggere ed è per questo che molte volte mi limito ad ascoltare.
Dopo un momento di preghiera e la lettura del Vangelo, ognuno liberamente è invitato a condividere cosa lo ha colpito nella lettura: una frase, un avvenimento. Oppure può condividere alcune domande inerenti al Vangelo. Il sacerdote, dopo aver ascoltato ogni condivisione, fa una dettagliata spiegazione del brano, cercando poi di dare risposta, dove possibile, alle domande che gli sono state formulate.
Solitamente fare condivisione su questi brani, ci porta all’attualizzazione ai nostri tempi.
Ieri si analizzava il vangelo di Giovanni, le nozze di Cana di Galilea, l’inizio dei segni compiuti da Gesù.
Sono emerse tante cose, ma quella ripetuta più volte è stata la mancanza di gioia, la ricerca della felicità.
Si sono condivisi diversi pensieri su questo argomento, non equivalenti tra loro al punto di chiedermi: “cosa significa felicità per me”?
… provo a scrivere ciò che avrei condiviso ...
Quando il cuore esplode dalla gioia, anche per le piccole cose del quotidiano, questo ritengo sia felicità.
Quando riesco ad aiutare chi è in difficoltà, questo è felicità!
Quando a fine giornata, magari in quella giornata andata storta, trovo comunque qualcosa di positivo, (perché credetemi che lo si trova sempre) questa è felicità!
Posso concludere dicendo che alla fine se guardiamo dentro di noi la felicità esiste, basta saperla riconoscere.

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